Review

One Light Year: a great work of pure progressive rock, to be consumed from the first to the last minute

A marvellous review by Marco Aimasso on Metal.it!!

Nati alla metà degli anni novanta sulle ceneri di una band (Wildfire) specializzata in cover dei Marillion del periodo Fish-iano, i veronesi Marygold arrivano alla pubblicazione del loro secondo full-length forti di un’esperienza e di una maturità espressiva che li colloca ai vertici di quella schiera di gruppi fedeli ai modelli imprescindibili del prog e del neoprog inglese (Genesis, Camel, Yes, ELP, Pendragon, IQ, Jadis e gli stessi Marillion) eppure anche capaci di ostentare una personalità tutta italiana, filtrando il nobile bagaglio ispirativo attraverso quella spiccata sensibilità (un nome su tutti … PFM) che ci ha reso fieri, valorosi e apprezzati “transcodificatori” del genere.
“One light year” è un lavoro molto “classico”, raffinato e romantico, privo di fastidiose nostalgie, di pretese eccessivamente intellettuali e tecnicismi esasperati, che si ascolta “tutto di un fiato” sorprendendosi innanzi tutto per la qualità e la fluidità di composizioni policrome e coinvolgenti e per la voce di Guido Cavalleri, che con la sua grana scura aggiunge alla musica dei veneti una piacevole specificità.
Il resto lo fanno una sezione ritmica di valore, tastiere rigogliose e non invasive e una chitarra (parecchio Rothery docet) sempre puntuale e incisiva, così come non voglio escludere dalla menzione nemmeno la laringe “ospite” di Irene Tamassia, artefice di sporadici interventi assai suggestivi.
In un programma complessivamente piuttosto appassionante, troverete l’approccio quasi “radiofonico” di “Ants in the sand” (personalmente avrei forse evitato il finale di matrice rock n’ roll …), un felice influsso Marillion-esco in “15 Years”, la teatrale e sinfonica suite “Spherax H2O” e la palpabile tensione emotiva garantita da “Travel notes on Bretagne”, davvero evocativa nel suo malinconico e leggiadro svolgimento.
Si continua con la vaporosa epicità dello strumentale “Without stalagmite” e con una delizia pulsante e iridescente di nome “Pain”, mentre il viaggio sonoro termina con “Lord of time”, in cui il tocco di hard settantiano svela un’altra sfaccettatura del ricco temperamento artistico dei nostri.
Per la sua aderenza a una certa tradizione, è facile prevedere che qualcuno potrà parlare di “anacronismi”, altri di un disco “senza tempo”, ma alla fine direi che c’è solo un modo per definire “One light year”e cioè un gran bel lavoro di puro progressive rock, da consumare dal primo all’ultimo minuto.


 

Born in the mid-nineties on the ashes of a band (Wildfire) specializing in Marillion covers of the Fish-Ian period, the Veronese Marygold arrive at the publication of their second full-length fortified with an expressive experience and maturity that places them at the top of that ranks of groups loyal to the essential models of English prog and neoprog (Genesis, Camel, Yes, ELP, Genesis, Elp.
One light year “is a very” classic “work, refined and romantic, devoid of annoying nostalgia, excessively intellectual pretensions and exasperated technicalities, which is listened to” all of a breath “, surprising itself first of all for the quality and fluidity of polychrome and engaging compositions and for the voice of Guido Cavalleri, who with his dark grain adds to the music of the Venetians a pleasant pleasing
The rest is done by a rhythmic section of value, lush and non-invasive keyboards and a guitar (Rothery docet) always punctual and incisive, just as I don’t want to exclude from the mention not even the larynx “guest” Irene Tamassia, creator of sporadic interventions very suggestive.
In a programme that is quite exciting overall, you will find the almost “radio” approach of “Ants in the sand” (personally I might have avoided the final rock n’ roll matrix…), a happy Marillion-esco influence in “15 Years”, the theatrical and symphonic suite “Spherax H2O” and the palpable emotional tension guaranteed by “Travel notes on Bretagne”, really evocative in the “Spherax H2O”.
We continue with the vaporous epic character of the instrumental “Without stalagmite” and with a pulsating and iridescent delight named “Pain”, while the sonic journey ends with “Lord of time”, in which the touch of hard Sectan reveals another facet of the rich artistic temperament of our own.
Because of its adherence to a certain tradition, it is easy to predict that someone will be able to speak of “anachronisms”, others of a “timeless” record, but in the end I would say that there is only one way to define “One light year” and that is a great work of pure progressive rock, to be consumed from the first to the last minute.

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